Iscriviti e sostieni la cultura, è gratis!
Just some ambient music
Paper Color
Font Size

No comments yet

“Eterno” di Giuseppe Ungaretti

L’immortalità del pensare e del parlare

Vincenzo Canto

Studente
9th May 2021

Il nome di Ungaretti è quasi sempre generalmente ricondotto alla prima celeberrima raccolta de L’Allegria e ai suoi numerosi testi che cantano del dramma bellico (che è, innanzitutto, un dramma umano) della Prima Guerra Mondiale attraverso quel versificare distintivo e anonimo (perché non legato a nessun specifico profilo formale proprio del tradizionale canone poetico) fatto di una libera varietà di metri – da ampie lunghezze versali fino al monosillabo – isolati nel vuoto degli spazi bianchi e lì lasciati a risuonare in tutta la loro tragicità verbale. E ciò molto spesso a discapito di altre liriche non meno significative e anzi degne della medesima attenzione, sia nei termini di una loro lettura esclusivamente conoscitiva che in quelli di una loro approfondita analisi, nell’ottica di una quadratura complessiva dell’autore più precisa.
È il caso del brevissimo “Eterno” (in apertura della prima sezione “Ultime”) e delle sue due interpretazioni, complementari nel loro illustrare – in una sintesi essenziale – la poetica ungarettiana e il processo creativo dell’arte poetica al contempo, senza dimenticare il ricorrere di tutti quegli aspetti formali caratteristici della prima stagione poetica ungarettiana.

Breve scheda introduttiva della lirica

Il testo si compone di appena due versi (un decasillabo e un ottonario dal punto di vista metrico) sciolti, non legati da alcuna rima né sintatticamente coordinati da segni d’interpunzione, di fatto assenti come spesso si verifica nell’Ungaretti esordiente che affida piuttosto l’andamento ritmico e quello intonativo dei propri componimenti alla semplice segmentazione degli ‘a-capo’ e alle potenzialità musicali delle parole (tanto relativamente al suono delle singole vocali e consonanti impiegate, quanto alla partitura ritmica dettata dagli accenti tonici).


"ETERNO

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla"

Saltano subito all’occhio, in questa prospettiva, l’insistenza sulla dentale sorda /t/ e sulle liquide /r/ e /l/ così come sulle vocali /a/ e /o/, quest’ultime spesso in posizione appunto tonica o in omoteleuto [1] tra parole contigue (un esempio al v. 1: «l’[a]ltr[o] don[a]t[o]»), insistenza che compatta i due versicoli, compensandoli del loro essere in difetto di rima e di una chiusura sintattica precisa (da cui scaturisce quel senso di dispersione avvertibile ad un’iniziale lettura), e li salda in un tutt’uno inscindibile con il titolo stesso, semanticamente importante alla stregua di alcuni lessemi-chiave ricorrenti all’interno del testo stesso. Inoltre, la disposizione simmetrica dei sostantivi, degli aggettivi e dei pronomi lungo il primo verso (secondo il tipico schema A B A B, qui ad indicare rispettivamente le coppie di sostantivo e aggettivo e di pronome con funzione sostantivale e aggettivo: «un fiore colto» / «l’altro donato») e l’inversione in aggettivo-sostantivo al v. 2 («inesprimibile nulla») che ribalta a croce l’ordine precedente (B A), tessono un articolato ricamo invisibile ma in controluce percepibile tra il parallelismo del primo verso e il chiasmo tra questo e il successivo (in una sottostruttura attiva in qualità di ulteriore ‘legante’ della lirica) [2].
Altro notevole ‘vuoto’, lo si sarà notato, è quello determinato dalla mancanza di un predicato verbale espresso, altresì spia del principale tentativo del poeta «di raggiungere il nucleo più autentico e originario dell’esperienza e della comunicazione» attraverso quella «maggiore concentrazione semantica delle parole» artefice di uno stile «evocativo e altamente suggestivo, nonostante il lessico qui piuttosto corrente e non particolarmente ricercato» e di un «uso della lingua […] quasi espressionistico» [3]. Tutti elementi, quelli appena enunciati, già ben riscontrabili nelle ‘assenze’ analizzate precedentemente così come nell’ellissi verbale appena individuata: la scelta di eliminare il nucleo sintattico attorno al quale si costruisce solitamente una proposizione, risponde all’esigenza di spostare l’attenzione del lettore dall’azione del soggetto sul complemento (quella deducibile dello ‘stare’, del ‘trovarsi’, dell’ ‘esserci’ di questo ‘nulla’ incomunicabile tra i due metaforici ‘fiori’) al significato incarnato da queste stesse componenti, specie in virtù della loro forte poeticità già comprovata (ad esempio dalla produzione di un poeta molto vicino al Nostro quale fu Leopardi, come si vedrà in seguito).

Dunque non «l’inesprimibile nulla» che si colloca tra «un fiore colto e l’altro donato» ma, semplicemente, il ‘nulla’, il ‘fiore’ raccolto e quello offerto (cui si aggiunge l’eternità indicata dal titolo) in quanto tali.
Sarà più agevole a questo punto, avendo delineato il profilo del testo, comprenderne le due diverse, ma strettamente connesse, letture.


L’inefficacia della comunicazione e i suoi limiti intrinseci

Prendendo le mosse proprio dalla sottolineata importanza degli ‘oggetti’ menzionati nei due versi ungarettiani, l’immagine del ‘fiore’ (la prima a figurare nella lirica) è qui protagonista di un moto dinamico scandito dalle azioni contrapposte ma consequenziali del ‘cogliere’ e del ‘donare’, in quella che si potrebbe definire come una vera e propria ‘metafora in movimento’ dove il fiore incarna un’azione generica, sia esso un semplice gesto compiuto o una parola pronunciata. Calate nel contesto del ‘prendere’ e del ‘dare’ dettato dai due participi passati «colto» e «donato» del v. 1, essi diventano l’elemento fondamentale di quel processo di reciproco scambio qual è la comunicazione (gestuale e verbale). Di conseguenza, dietro il «fiore colto e l’altro donato» si nasconde l’espressione di qualcosa (dalla silenziosa indicazione manifestata col segno della mano ad un amichevole appellativo sonoramente esclamato) che si offre e si riceve nella perfetta circolarità del contatto comunicativo con l’altro.
Proseguendo con quest’ottica, «l’inesprimibile nulla» posto al centro di tale ‘trasmissione’ sta ad indicare ciò che inevitabilmente rimane non detto o piuttosto male espresso, con o senza consapevolezza degli interlocutori coinvolti. E ciò non può che rimandare ad uno dei principali insegnamenti teorizzati dallo stesso autore riguardo l’inefficacia della comunicazione e l’incapacità del parlante di dare voce a molte delle cose per tal motivo poi non pronunciate o non formulate in modo opportuno. Quella poetica del ‘non-detto’, insomma, eloquentemente riportata tra i versi de “Il porto sepolto”, uno dei tanti ‘manifesti’ che costellano la produzione di Ungaretti:


"Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto"

Quindi, tra ciò che nella comunicazione si raccoglie (ed è qui utile sottolineare la duplice valenza del ‘cogliere’, riferito tanto al ricevuto quanto a quello di cui ci si arma per rispondere) e si porge all’altro, si colloca un vuoto verbale inespresso e, perché tale, inesaurito e inesauribile, dunque eterno (come recita il titolo, per chiudere il cerchio di questa breve poesia). Da qui il paradosso del comunicare: dire tutto e non dire niente.


Le dinamiche del processo creativo

Come già anticipato, il testo è, fin dalla sua titolatura, vibrante di leopardiane memorie: è sufficiente un rapido colpo d’occhio per individuare immediatamente il legame che termini come «eterno», «fiore» e «nulla» intrattengono con il poeta di Recanati.
L’eterno ‘sovviene’ al Leopardi nei celebri versi del famosissimo idillio dell’”Infinito” [4], dove la contemplazione dell’infinito spaziale («Ma sedendo e mirando interminati / spazi») apre le porte alla successiva immersione in quello temporale delle «morte stagioni», del remoto antico, spingendosi fin alla totale sospensione del tempo, appunto, nell’eternità senza confini.

Il fiore è invece, nella poesia del recanatese, uno dei soggetti (o meglio degli oggetti-soggetto) naturali tra i più privilegiati da quella sua tendenza romantica alla proiezione – su di essi – del proprio intimo sentire che li eleva ad emblemi di un sentimento o di un’idea ben precisi (come nel caso dell’altrettanto noto poema-testamento de La ginestra, nel quale il fiore che dà titolo al componimento si fa simbolo di umiltà, ben rappresentata nel piegarsi «sotto il fascio mortal non renitente» del «capo innocente», senza smarrire la propria dignità supplicando vergognosamente né mostrando vano orgoglio [5]).

Il nulla, infine, da iniziale percezione meramente intellettuale e nichilistica di apatia, di «indolenza terribile» e inetta («che mi farà incapace anche di dolermi») [6] diventa paradossale presenza fisica, un «solido nulla» che coinvolge non solo la mente ma anche il corpo a sua volta annichilito in «un nulla» opprimente, ragione di terrore per il poeta stesso («Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo») [7]. Risulterà tuttavia più utile, ai fini dell’analisi ungarettiana, la definizione che Leopardi fa del ‘nulla’ come principio originario delle cose. È ciò che si legge in due passi dello “Zibaldone” datati 18 luglio 1821:


"In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. […] Vale a dire che un primo e universale principio delle cose, o non esiste, né mai fu, o se esiste o esisté, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi né potendo avere il menomo dato per giudicare le cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale. [8]"

Si può ben dire che l’attraversamento della parola poetica e filosofica del Leopardi permette di gettare un’ulteriore luce interpretativa sui versi in analisi di Ungaretti. Tenendo in considerazione quanto detto sulla configurazione che i tre elementi principali di “Eterno” assumono nella riflessione leopardiana, senza ovviamente dimenticare la precedente lettura del testo, non sarà difficile scorgere, dietro la lirica, la rappresentazione – si potrebbe dire – allegorica delle dinamiche del processo di elaborazione delle idee espresse e trasmesse attraverso la creazione artistica: il ‘fiore’, allora, si fa figura simbolica dell’idea in sé e per sé, generale, che ‘fiorisce’ nella mente, per cui il «fiore colto» è l’idea elaborata mentre «l’altro donato» è la stessa nell’istante in cui viene comunicata, condivisa; tra queste due fasi, quella di elaborazione e di condivisione, si inserisce «l’inesprimibile nulla», fisica presenza e origine di quelle stesse idee, inconoscibile perché trascendente l’umana capacità di, per dirla con Leopardi, «giudicare delle cose avanti le cose», ed eterno (perché inesauribile in quanto non espresso, lo si è già osservato prima) come tale è, di fatto, il processo creativo stesso.


Conclusioni

Dal saldo rapporto che le due interpretazioni intrattengono fra loro, emerge chiaramente il ruolo proemiale svolto dalla poesia in esame (non solo rispetto alla raccolta ma anche all’intero operato poetico di Ungaretti) nel suo proporsi come primo, complessivo manifesto dell’idea del poetare propria dell’autore (‘donare’, comunicare al lettore qualcosa, ‘colto’ a sua volta da quest’ultimo a suo beneficio, nella generale consapevolezza – del poeta e del suo destinatario – che non è tutto, che una parte di esso è andata perduta nel silenzio, che la parola poetica non è mai completa, totale) e in qualità di proiezione metaforica delle logiche di fondo attive nell’atto di creazione artistico-letteraria (la formulazione di idee, poi veicolate attraverso un testo poetico, originate da quel misterioso ed indefinito ‘nulla’).
Ciò che colpisce, però, è la ragguardevole universalità che “Eterno”, pur nella sua estrema brevità, acquista proprio per mezzo di queste due distinte letture, altresì riconducibili a contesti più generici: dai meccanismi della comunicazione quotidiana alla diffusione delle idee tramite le altre espressioni artistiche (siano esse un’opera figurativa o un’esibizione musicale o coreutica).


Note e riferimenti bibliografici

[1] «Identità di suono nella terminazione di due o più parole: “andarono, a stento arrivarono, ma non ritornarono”. La rima è un tipo particolare di omoteleuto». In Maurizio Dardano, Pietro Trifone, Grammatica italiana con nozioni di linguistica, Bologna, Zanichelli, 1995, p. 720.
[2] Parallelismo e chiasmo sono figure retoriche della costruzione. La prima «consiste nel disporre in modo simmetrico due coppie di termini» (esempio tratto dai Salmi: “Mandò le tenebre e fece buio”; qui si nota la sequenza di verbo e complemento); la seconda è invece «la disposizione inversa, incrociata, di elementi concettualmente e sintatticamente paralleli» (un esempio famoso lo si rintraccia nel Proemio dell’”Orlando furioso” di Ariosto: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, dove il legame fra le parti risulta ribaltato, scompaginato in una sequenza, appunto, a croce). Cfr. Ivi, pp. 716, 722.
[3] Cesare Segre, Clelia Martignoni, Leggere il mondo. Letteratura, testi, culture, Milano, Mondadori, 2001, pp. 98-99.
[4] «[…]: e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». In Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Niccolò Gallo e Cesare Garboli, Torino, Einaudi, 2016, p. 106. Per le altre citazioni cfr. sempre Ibidem.
[5] «ma non piegato insino allora indarno / codardamente supplicando innanzi / al futuro oppressor; ma non eretto / con forsennato orgoglio inver le stelle, / […] / ma più saggia, ma tanto / meno inferma dell’uom, […]». In Ivi, p. 286. [6] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, Torino, Einaudi (ed. di riferimento in “Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Firenze, Le Monnier, 1921), p. 109.
[7] Ivi, p. 119.
[8] Ivi, p. 972.
Il testo delle poesie “Eterno” e “Il porto sepolto” sono tratte da Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1972, pp. 5, 23.


Hey, Do you like ilSalice.org?
Support our project with a donation
IlSalice.org is an idea by artists for artists, our aim is to create a community where culture is at the forefront, a space where you can share your passions and discover new ones. That's why your contribution is precious.