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stefanovivaldini
Grazie per questo articolo, apre una questione centrale su cui dovrebbe nascere una discussione ampia ed approfondita.
Marco Carta -_Classi
Grazie a voi per lo spazio, spero anche io possano esserci nuovi sviluppi su questo tema!

LA MUSICA E LA PANDEMIA – LA PERDITA DEL RITO

L'AVVENTO DEL VIDEO COME SURROGATO DEL CONCERTO

Marco Carta - Classical Music

Musician, MedStudent
2nd February 2021

• INTRODUZIONE  • PERDITA DEL RITO   • RISVOLTI PSICOLOGICI  • LA PRODUZIONE AUDIOVISIVA COME STRUMENTO DI STUDIO   • CONTESTO SOCIAL   • CONCLUSIONI      

INTRODUZIONE

La Musica ha sempre necessitato, come mezzo espressivo, di una catena di elementi: la sorgente sonora, il mezzo aereo e un elemento ricettivo, l’ascoltatore. L’interesse e il fascino della musica sta sicuramente nel suo esprimersi in maniera non univoca, non universale. Chi suona affida a una serie di processi fisici, di rarefazione e compressione aerea, un messaggio carico di componente emotiva. Questo processo fisico suscita una reazione emozionale in chi ascolta, il nostro pubblico. L’emozione può intercettare il senso profondo impresso dall’interprete o prendere vita autonoma, risvegliata dalla successione di suoni. 


PERDITA DEL RITO

Questa dimensione, per molti versi imponderabile, si è persa con la pandemia per un’alterazione del filo comunicativo. La musica ci è giunta senza ritualità, e soprattutto in mezzo a tantissimo rumore di fondo. La stessa produzione di suono si è dilatata con la post-produzione, l’editing e il caricamento del contenuto. 


L’uditore ha perso il concetto di aspettativa, la preparazione, la compagnia di altri nell’esperienza del concerto. Si è inoltre perso totalmente il silenzio che precede l’attacco dei brani: la musica compare, sui social, in mezzo a tantissimi altri contenuti, pubblicati incessantemente. La musica classica poi, ha un linguaggio strutturato, e talvolta ha necessità di tempo per spiegarsi. Non tutti i brani iniziano con il piglio del primo Concerto di Tchaikovsky per piano e orchestra, e pertanto non tutti possono imporsi efficacemente in un ambiente “rumoroso”. Pertanto, molti musicisti hanno puntato sulla quantità, per tentare di essere presenti quanto bastasse per essere visti.


RISVOLTI PSICOLOGICI

Io stesso mi son ritrovato a produrre video assai più frequentemente del solito. L’ho fatto un po’ per spirito di condivisione (facendo leva sul ruolo sociale della musica) e un po’ (assai meno nobilmente) per non sparire dai radar della agguerritissima comunità di musicisti (e chitarristi, nello specifico). Al contempo, ho notato una maggiore aspirazione al perfezionismo, soprattutto tecnico. 


Questo aspetto ha due implicazioni: una positiva, che spinge al miglioramento della performance, e una negativa, che alimenta la nostra frustrazione nell’inseguire l’esecuzione “perfetta”. Registrarsi, e in generale registrare musica, è un atto definitivo. Non si può dare in pasto ad internet una propria registrazione con sbavature, specie se si è musicisti di un certo livello (o aspiranti tali). Questo, almeno, è stato il tenore dei pensieri che si sono affacciati alla mia mente, e che hanno costituito le solide basi di un burnout, seppure sfumato. 


Il confezionamento del prodotto artistico ha implicato uno “shift” energetico: la tensione che precede l’inizio del concerto si è persa nell’ascoltatore, mentre nel concertista si è replicata tante volte quante sono state le take necessarie per registrare il brano (le “take” sono le singole registrazioni del brano o di un singolo passaggio di esso, N. d. R.). Questa tensione nel concerto dal vivo si tramuta in adrenalina, permettendoci di iniziare e sostenere l’intero recital. Nella produzione video permane uno stato di nervosismo, che non si stempera nemmeno a lavoro ultimato.


LA PRODUZIONE AUDIOVISIVA COME STRUMENTO DI STUDIO 

Ai fini dello studio, ha senso sottoporsi a questo livello di stress? La risposta non è univoca. Se affermativa, bisogna integrare le proprie conoscenze. Al musicista servono quantomeno dei rudimenti di produzione video, se intende lavorare in solitaria; trattandosi spesso di studenti, non ci si può permettere di pagare un professionista dell’ambito del video-making. Se la risposta è no, le figure esterne sono la soluzione; l’aspetto controverso è che, con questa modalità, l’assenza (o riduzione) di stress viene “comprata”. 


Naturalmente ci sono altre ragioni per cui registrarsi, al di fuori della produzione di contenuti destinati alla fruizione di un pubblico, seppure digitale. Per quanto concerne il mero aspetto strumentale, infatti, registrarsi è sempre una buona cosa. In particolare, è assai utile quando ci si approccia con regolarità. Difatti si possono correggere eventuali imprecisioni nel tactus (ossia la pulsazione ritmica), verificare di essere fedeli alla partitura, esprimere idee musicali con maggiore convinzione ed efficacia. In questo senso, integrare questo processo nella propria routine di studio è sostanziale. Con la supervisione di un insegnante può persino aiutare nella gestione dello stress, provocato sia dalla registrazione che dell’ansia da palcoscenico. 


CONTESTO SOCIAL 

Direttamente connessi alla tematica di cui sopra (lo stress), i social. L’ambiente dei social più noti è uno specchio distorto della società “reale”. Sono infatti costituiti in modo da tenerci il più possibile incollati allo schermo attraverso la riproposizione di contenuti che ci sono affini. Tali affinità sono individuate sulla base delle nostre ricerche all’interno del social, dei contenuti esterni che condividiamo, delle immagini o video che postiamo, dei nostri “like”. Questo fa sì che ci ritroviamo, più che davanti alla realtà, dentro una bolla, in cui la nostra personalità riverbera sui contenuti di altre persone a noi affini (fonte: documentario “The Social Dilemma”, diretto da Jeff Orlowski). 


Secondariamente, l’ambiente social è anche sovraccarico di contenuti (Facebook ha 2,60 miliardi di utenti mensili attivi, Instagram 1 miliardo – fonte: socialmediamarketing.it). Questi due aspetti rendono difficilissimo emergere in questo mare magnum, nonché ampliare il proprio pubblico, poiché ciò che pubblichiamo difficilmente bucherà la “bolla” di cui sopra. 


Una risposta, parziale, si trova nella sponsorizzazione, ma si tratta di una via (di nuovo) elitaria e controversa. Essa non premia necessariamente il merito. Come si può dunque superare questo scoglio, considerando che alla frustrazione di cui sopra si aggiunge anche quella del bisogno di approvazione che regola le meccaniche su queste piattaforme? Al giudizio interno si somma quello esterno delle persone che vedranno, commenteranno e condivideranno i nostri video. Ci si può interrogare su quanto possa essere effimera un’approvazione virtuale, ma è difficile far finta che non sia un argomento centrale del nostro tempo. 


CONCLUSIONI

Le risposte a questi interrogativi e istanze sono sicuramente complesse, e ciascuno può avere una legittima opinione. Più che mai oggi va stimolata la consapevolezza: credo che sarebbe interessante, da parte del mondo degli artisti, aprirsi per comunicare col pubblico. Il sistema, per com’è attualmente, va ripensato nel nostro approccio ad esso. Se possiamo imparare qualcosa da questa forzata dimensione digitale della musica, è sicuramente l’integrazione della registrazione come metodo di studio. 


Secondariamente, acquisire strumenti per esprimersi attraverso un linguaggio video codificato, manipolabile. Alcuni musicisti si muovono già in questa direzione, da soli o con l’ausilio di professionisti (penso in particolare alle recenti pubblicazioni di Giulia Ballaré su John Cage, in cui il video commenta e supporta la musica, o alle produzioni di Caméra Musique). Naturalmente legittima (e poco esplorata, a mio parere) anche la possibilità di estraniarsi a tutto questo contesto, perseguendo una carriera musicale più tradizionale, o sperimentando altri canali. 


Rimetto dunque la palla a Voi, lettori, sperando di aver aperto uno spiraglio su alcuni aspetti della produzione artistica. Spero sia stato di vostro interesse: in generale mi piace sentire le persone parlare della loro professione, e su questo sentimento mi sono orientato nella stesura. Spero inoltre che, nel mio piccolo, questo editoriale sia uno stimolo per portare alla luce nuove ed altre tematiche relative alla condizione del musicista e dell’artista in generale. Ritengo che come comunità dell’Arte e dello Spettacolo potremmo essere più uniti: forse il cammino verso questa unità passa per l’apertura sui propri problemi.


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