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L’avventura di una bagnante di Italo Calvino

Breve cronaca di un dramma attuale

Vincenzo Canto

Studente
10th January 2021

"Gli amori difficili" furono pubblicati da Italo Calvino per la prima volta nel 1958, nel volume antologico I racconti, per essere poi riediti negli anni ’70 con l’aggiunta di nuovi contenuti (il periodo di composizione delle novelle si estende infatti dal 1949 al 1967). Il titolo di questa raccolta-sezione parla da sé: al centro di ognuna di queste ‘avventure’ (termine da intendere più nella sua accezione etimologica latina – da "adventura";, ‘le cose che accadranno’ – che esprime bene il carattere fortunoso, imprevedibile e impervio delle dinamiche narrate), l’autore pone il racconto di una serie di ‘amori’ complicati dei quali componente fondamentale è il silenzio, nella sua oscillante natura di emblema dell’incomunicabilità tra gli amanti e di essenza dell’amore stesso, quasi necessario alla sua autenticità. Ma "Gli amori difficili" non sono soltanto questo: l’amore e il silenzio sono infatti motori di ben più ampie e complesse riflessioni le quali, nelle loro articolate dimensioni, diventano la vera e propria ‘avventura’ del titolo più delle azioni stesse. Tra queste, per il forte di accento di attualità che la contraddistingue, particolarmente interessante è "L’avventura di una bagnante". Isotta Barbarino, la ‘bagnante’ del titolo, si ritrova improvvisamente in una circostanza di grande disagio: durante la sua rilassante e liberatoria nuotata, infatti, si accorge, ad una certa distanza dalla spiaggia, di aver smarrito la parte inferiore del suo costume. Ignorando dove potesse esser finito, inizia così la sua silenziosa ed estenuante attesa di un possibile salvataggio da parte di qualcuno dei presenti. Ma attorno a lei si apre il vuoto e l’assenza: rimane sola, seminuda, con la voce della propria coscienza a farle da unica compagna. A questo punto la narrazione si muove secondo il moto dei pensieri della protagonista, in una serie di riflessioni riconducibili a quelli che sono i due nuclei tematici principali del racconto: il problema della nudità e il difficoltoso rapporto donna-uomo e donna-donna. 

Tra codici e stereotipi: la solitudine dei sessi

La nudità del corpo si palesa alla protagonista come una rivelazione epifanica che subito diventa per lei ragione d’indicibile vergogna, tale da spingerla «ad affannarsi, a cambiare modo e senso del nuoto» nel disperato tentativo di nascondere quell’«offensivo nudo corpo» che comunque «le veniva dietro». Una fuga impossibile, come quella dell’uomo dalla sua ombra, una fuga dalla nudità «come da un’altra persona che lei, signora Isotta, non riusciva a salvare in un difficile frangente, e più non le restava che abbandonare alla sua sorte». Una nudità che si vuole dunque insalvabile, irrecuperabile, morta. Ciò nonostante in passato sia stata per lei «una sua gloria, un suo motivo di compiacimento». Che cos’è che rende questa nudità qualcosa da cui Isotta vorrebbe privarsi come da un marchio ignobile? Certamente, in primo luogo, la «contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate». Il ritrovarsi nuda in un simile contesto, in una spiaggia pubblica – e non nudista – affollata da uomini e donne di tutte le età rappresenta senza dubbio un primo, grande motivo di disagio per la donna, e per diverse ragioni: il timore di essere notata, ‘vista’, dagli altri contro la propria volontà (che è quella, invece, di celarsi il più possibile) e di venir, giustamente e ingiustamente, fraintesa e quindi giudicata; il conseguente terrore, ben più forte, di stabilire un contatto con l’Altro affinché si faccia suo ‘salvatore’, per la possibilità che si verifichino gli stessi esiti della prima circostanza elencata, ma soprattutto per la sensazione (non poi tanto delirante) di una totale assenza di solidarietà, vicinanza e intenzione a collaborare da parte di quello stesso Altro al quale vorrebbe rivolgersi e chiedere aiuto. Ecco il primo paradosso (visivo) della dinamica narrata: Isotta non vuole ma deve farsi notare se vuole sperare in un suo salvataggio; al contempo non deve mostrarsi e desidera non farlo considerata la possibilità di incorrere negli spiacevoli inconvenienti di cui sopra. Le pagine successive sono particolarmente eloquenti in questo senso: immaginando il suo ‘salvatore’ al maschile, la donna guarda alle schiere di uomini che popolano la spiaggia e le onde con occhi intensi, penetranti, di disperata supplica; uno sguardo che ha sì l’effetto di risvegliarli dal «nirvana assorto o scalmanato» delle loro attività, ma che provoca in loro il tanto temuto fraintendimento delle intenzioni di Isotta: ed ecco che «al suo bisogno di confidenza» si ergono «siepi di malizia e sottinteso, un roveto di pupille pungenti, di incisivi scoperti in risi ambigui, di repentine soste interrogative dei remi a fior d’acqua». Un gioco di sguardi che diventa subito pericoloso. Isotta vorrebbe adesso fuggire anche da loro, non solo dalla sua nudità, ma è ormai irrimediabilmente sprofondata nella «rete d’allusioni obbligatorie […] già tesa intorno a lei». Questo in quanto donna e, dunque, in quanto oggetto primo del desiderio sessuale dell’uomo, qui inquietantemente raffigurato come oscura figura di predatore in paziente e celata attesa che la sua perversa fantasia possa realmente compiersi: «come se ognuno di questi uomini da anni fantasticasse d’una donna cui doveva capitare quel ch’era capitato a lei, e passasse le estati al mare sperando d’esser lì al momento buono». E non è un caso che l’autore parli di ‘allusioni obbligatorie’: l’atteggiamento dell’uomo qui descritto non viene presentato e non è ‘frutto’ di un istinto naturale (sarebbe altrimenti di tutti, e il finale conferma il contrario: a salvare la donna saranno infatti un ragazzino e suo padre) ma come ‘prodotto’ di un preciso codice comportamentale, atto a regolare il rapporto di quello specifico sesso nei confronti di quello opposto. E aderire alle sue norme, le quali non sono altro se non stereotipi, è obbligatorio (come le ‘allusioni’ del racconto appunto, effetto di un pregiudizio codificato degli uomini sulle donne; e a questo punto verrebbe pure da pensare che l’uomo sia sì ‘predatore’ ma come conseguenza del suo essere vittima del codice impostogli). Ritornando alla narrazione, Isotta si trova di fronte ad un vicolo cieco: non può fuggire e non può nemmeno chiedere aiuto a quegli uomini, non più suoi possibili salvatori ma piuttosto suoi avventori. Scartata, dunque, l’ipotesi del salvatore-uomo, Isotta riflette su un’altra opzione che non aveva inizialmente preso in considerazione, forse volutamente ignorata: guardare alla salvezza da parte femminile, puntare tutta la sua agonia sulla speranza di trovare immutato ancora un barlume di umanità nella solidarietà fra donne, accomunate nella fortuna e nel pericolo dallo stesso sesso. Ma anche questo si rivelerà un illuso vaneggiare: se da un lato, a ben vedere, i rapporti-incontri con l’uomo sono animati da una «facilità pericolosa», dall’altro i contatti con la donna costituiscono «occasioni più rare e incerte», indebolite da una «diffidenza […] reciproca», dal condiviso biasimo per la femminilità, sempre discutibile, dell’altra. Sentimenti che sembrano quasi nasconderne uno più terribile: quella sottesa invidia della quale responsabile pare essere proprio l’uomo. Più avanti, infatti, si legge: «La signora Isotta s’accorse allora di come la donna sia sola, di come tra le sue simili sia rara […] la bontà solidale e spontanea»; e poi, fra parentesi: «forse spezzata dal patto stretto con l’uomo». La donna, in altre parole, non è e non può essere ‘buona’ e ‘solidale’ con l’altra perché in competizione con essa, partecipe di una continua sfida che ha come obiettivo la conquista dell’uomo e l’adempimento del ‘patto’ che ha stretto con il suo genere. L’uomo come trofeo e gratificazione della donna, quindi, obiettivo centrale della sua realizzazione sociale, da conseguire però rispettando determinate regole. Come se anche tra donne esistesse quello stesso codice comportamentale necessario e fondamentale: o ne si seguono le norme e quindi gli stereotipi, o ci si macchia d’ignominia (tanto agli occhi delle donne quanto degli uomini). Insomma, guardando al di là di qualsiasi generalizzazione ed estremizzazione (iperboli certamente volute a fini comunicativi), quella di Calvino è una critica sociale tutt’ora, purtroppo, attuale: in una società come quella odierna dove il tempo scorre fin troppo velocemente e tutto è ridotto ad una corsa al primo posto dall’alto del quale muoveranno solo biasimo e condanna, anche nel semplice e primitivo contatto umano non può essere diversamente: gara e competizione, vittoria e sconfitta. L’autore ci restituisce con grande abilità, attraverso un semplice e quasi banale episodio, l’immagine – distopica ma profetica – di una società i cui singoli individui non ne formano l’insieme ma costituiscono piuttosto ognuno un sottoinsieme a sé stante; una società fatta di uomini e donne soli, condannati ad una autoinflitta solitudine tra barriere di codici e stereotipi, fra i quali l’incontro non può che essere scontro. E non si creda differentemente per il caso dell’uomo: se al posto della protagonista vi fosse stata la sua controparte maschile, le conseguenze non sarebbero cambiate: oggetto di derisione da parte degli uomini, tacciato di ‘brutte intenzioni’ dalle donne. 


Tra codici e stereotipi: lo scandalo del nudo

La questione del difficile rapporto tra i due sessi trova il suo fondamento nella già nominata ‘vergogna’ relativa alla nudità del corpo: una nudità che ‘appartiene poco’, rappresentante più «un inconsulto stato della natura che si [rivela] di tempo in tempo destando meraviglia negli esseri umani» piuttosto che qualcosa di comune e familiare. Calvino vuole forse, con questo, sottolineare un dato di fatto: che secoli di progressiva civilizzazione hanno portato a considerare come innaturale qualcosa la quale, al contrario, è fra le più naturali in possesso dell’uomo; che secoli di continui e imposti interventi hanno reso necessario nascondere, mascherare, cancellare questa ‘innaturalità’ anche quando le circostanze la renderebbero, invece, naturale (come nell’intimità fra marito e moglie, dove l’essere nudi diventa quasi il «camuffamento gioioso» di «una specie di segreto carnevale tra sposi»). E l’autore non sarebbe l’unico a pronunciarsi in tal senso: anche il sociologo tedesco Norbert Elias, nel suo saggio “Il processo di civilizzazione” pubblicato nel 1939, sentenzia che dal Medioevo alla fine dell’Ottocento si registra un processo piuttosto uniforme di innalzamento della soglia del pudore e dell’autocontrollo dovuta all’azione delle strategie distintive delle èlites sociali e alla spinta centralizzante degli Stati: un intervento, se si vuole, ‘strumentale’ di Stato e ceto dirigente nei confronti dei cittadini sul piano etico-morale del costume per il quale uomini e donne di una società sono tenuti, per esserne parte, ad aderire a specifiche indicazioni dettate dal ‘buon senso’ determinato dal potere; un invito, questo, al riconoscersi in qualcosa di comune (un codice, come quello maschile e femminile di cui si diceva sopra) che è un invito al conformismo, e quindi all’omologazione e quindi al controllo (dell’essere umano sull’essere umano). Da qui il secondo, grande paradosso (concettuale, propriamente vichiano): l’uomo, dalla cima della sua più completa e assoluta civilizzazione, rischia e cade nell’imbrutimento, nell’innaturalità, nella bestializzazione; il suo civilizzare la natura non è stato altro se non un’azione contraria di inciviltà, di innaturalità, un atto letteralmente ‘contro natura’ (e a ricordarcelo, con queste stesse parole, è anche l’Ungaretti intervistato da Pasolini nei suoi Comizi d’Amore). Non è solo questo: quell’attributo di ambiguità sessuale affibbiato all’immagine del corpo nudo, reificato a mero oggetto di desideri e perversioni carnali, fonte di malizia e di condanna (rispettivamente per gli uomini e per le donne), rende quello stesso corpo e la sua nudità una realtà troppo scomoda per sé stessi oltre che per gli altri, un dato di fatto il quale, non rispettando le norme sociali del buon costume, bisogna costringere all’ombra di abiti su abiti (che, paradossalmente, riducono la persona ad una cosa più della nudità stessa); una rivelazione traumatica la quale, come ogni altro ricordo spiacevole, deve essere gettata nell’angolo buio dell’inconscio, e dimenticata. Soltanto così, rinnegando la propria nudità e accettando la grottesca e innaturale immagine dell’essere umano vestito, ci si sente adeguati, civili, umani.


'Umana' assurdità

Solitudine, vergogna, morte: a tutto questo, infine, fa da sfondo la sorda paura di Isotta della morte, quella cioè di morire costretta nell’immobilità nella quale si trova incatenata: per l’impossibilità di un contatto sincero con il prossimo, per l’impossibilità di accettare sé stessi nella propria naturale condizione di nudità, per l’impossibilità propria e altrui di varcare la soglia dei propri precostruiti schemi mentali. Una morte, dunque, che sarebbe assurdamente omicidio-suicidio. Appunto sarebbe: fortunatamente, non è questo il finale del racconto calviniano fin qui analizzato. 


Bibliografia e riferimenti esterni

Tutte le citazioni riportate in merito al racconto “L’avventura di una bagnante” sono tratte da: Italo Calvino, “Gli amori difficili”, Mondadori editore, collana Oscar moderni, 2017. L’intervista che Pier Paolo Pasolini rivolse a Giuseppe Ungaretti è contenuta nel documentario-inchiesta “Comizi d’amore” (1964); qui di seguito il link della versione integrale presente sulla piattaforma YouTube:


https://www.youtube.com/watch?v=LSkOnp7Lt-Y


Il saggio del sociologo tedesco Norbert Elias “Il processo di civilizzazione” è stato edito in Italia per la prima volta nel 1988. L’edizione sicuramente più rigorosa è quella a cura de il Mulino, ma al momento non sembra reperibile. 


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