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L'importanza di assaporare la vita

Una riflessione attorno una poesia di Guido Gozzano

Roberta Gennuso

Classical Guitarist
2nd February 2021

Qualche giorno fa mi capitò uno di quei pomeriggi in cui, anziché scrollare i soliti social, per fortuna, mi misi a cercare cose di cui non sapevo neanche il nome. Allora iniziai da “I fiori del male” di Baudelaire, giusto perché è una delle raccolte poetiche di cui sempre ne procrastinai la lettura. Presto mi accorsi che il tono non era quello che cercavo e allora iniziai a leggere il primo dei “poeti crepuscolari” che mi capitò: Guido Gozzano. Totalmente casuale fu la prima poesia, ma questa mi colpì così tanto da riportarmi oggi a scriverne qui.

"Parabola": Introduzione

“Parabola” è il titolo della poesia in questione, tratta dalla prima raccolta poetica di Gozzano “La via del rifugio”. Questa pagina accende i proiettori su un brevissimo episodio di cui protagonista è un bambino che compie pochissime azioni. Ma non voglio svelare così a freddo la preziosa allegoria di queste strofe, perciò ne scrivo di seguito. Lasciatemi aggiungere: è un’allegoria facilmente criticabile dagli ipocriti -ferrei per le loro false virtù-, ma mi fa capire il motivo per cui riesco ad appagare un mio desiderio fisicamente irraggiungibile in questi mesi ovvero andare a trovare il mio caro mare. 


Azione 1: Indugia

"Il bimbo guarda fra le dieci dita 


la bella mela che vi tiene stretta;


e indugia – tanto è lucida e perfetta –


a dar coi denti quella gran ferita."


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Questa prima strofa mi fa subito focalizzare sulla reazione del protagonista dinnanzi ad un esemplare di bellezza: l’indugio, dal latino “tregua”. E’ quindi questa un’azione che, a parer mio, è una reazione. Una reazione perché è la risposta del protagonista ad una perfezione naturale, infatti, già solamente la tregua prima di rovinare -o meglio ferire- quella bellezza, potrebbe essere degna di lode. 


Colgo questa sosta come sintomo di delicatezza ma soprattutto di grande sensibilità nei confronti di ciò che di prezioso ci ha donato, e continua a donarci, la natura. 


Ma chiaramente non è qui che finisce la poesia, e a breve la secca verità sarà svelata.


Azione 2: Affretta

"Ma dato il morso primo ecco s’affretta:


e quel che morde par cosa scipita 


per l’occhio intento al morso che l’aspetta…


E già la mela è per metà finita."


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Lo sguardo, prima servo della sensibilità è adesso padrone dell'azione, sempre avanti e senza fiato, conduce il bimbo a rincorrerlo e costui, senza vedere alternativa, s'affretta. Una volta aperta la ferita, senza tregua, la mela è stata già per metà consumata, mentre della magia del primo incanto non vi è ombra. 


Per l'occhio protagonista la mela non ha più alcun valore (non più perfetta) e così, con tutta la sua arroganza, non permette alla bocca di assaporare e quindi anche godere. 


Azione 3: Arresta

Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso


sempre è lo sguardo che precede il dente -


fin che s'arresta al torso che già tocca.


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Con questa strofa Gozzano sottolinea quanto il bambino abbia dato libertà alla voracità in lui, lasciandosi però rubare il piacere, parziale scopo di vita del frutto (ricordo infatti che la mela assume nel peccato originale la veste di "frutto proibito", questo mi fa pensare che il poeta ha scelto questo frutto in modo proprio mirato).


E’ così che l’attenzione alla bellezza s'asciuga come una goccia d'acqua salata, travolta dal vento e abbagliata dalla luce del sole che la brucia. Sulla pelle rimane il chicco di sale: solo. 


La mela non era buona quanto bella? Potremmo dirlo solo se l’avesse assaporata, invece no, l’ha divorata. 


Azione 4: diventa consapevole

"Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!"


Pensa il bambino... Le pupille intente 


ogni piacere tolsero alla bocca.


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Solo giunti alla fine vediamo il fanciullo cogliere quanto accaduto, tuttavia questa consapevolezza si ripete e si ripeterà anche in chi non ha più un'età corta, questo perché è una parabola e in quanto tale non smetterà mai di rivelare la sua allegoria.


Conclusione

Siamo così noi esseri umani, riusciamo a cogliere la bellezza ma tante sono le volte che per puro e banale egoismo la distruggiamo, senza aver neanche imparato abbastanza, senza aver neanche chiesto un consiglio. Infatti è per istinto che raccogliamo frutti di piante e alberi, uccidendoli, come quando per catturare un momento speciale ci precipitiamo a registrarlo con il cellulare mentre invece basterebbe goderselo lì e imprimerlo come la nostra mente sa straordinariamente fare. Tutte le madri possono insegnarlo: occorre amare, amare e amare così tanto da viverlo (finché è concesso) e lasciarlo andare quando è dovuto. Perché infine c'è sempre lei, la nostra mente talmente grande che ci permette di recuperare ciò che è perso o lontano. Come? Illudendoci, certamente, ma regalandoci la possibilità di portar dentro l'amore e il ricordo vivo in noi. Un esempio di questo ne è quel fiore che non hai raccolto o quella conchiglia che hai lasciato in spiaggia, se chiudi gli occhi oggi ne puoi senti l'odore, ne puoi vedere i colori e la sua forma. 


E adesso che sto vivendo da mesi in un posto totalmente diverso dalla mia Sicilia, diverso dai colori ai sapori, mi sento molto fortunata per aver vissuto, osservato, ascoltato e soprattutto amato così tanto il mare che scopro parte di me, come tutte quelle cose e persone talmente preziose da portarne sempre il ricordo e l'anima.


Sento la sabbia umida tra i piedi, l'odore del Mediterraneo ed una sua onda cantare fino a morire sulle mia orecchie.


Non dimentichiamoci che spesso non sentiamo il piacere perché siamo focalizzati altrove, ma ricordiamoci di cosa abbiamo davvero fame e non distraiamoci, la vita è troppo breve per privarci del suo giusto gusto.


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