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Sotto il vulcano, un breve ringraziamento.

Quanto segue non vuole essere una recensione o un'interpretazione del romanzo di Lowry. Solo l'espressione di una sincera gratitudine personale.

Matteo Meloni

Specializzando in Psichiatria
27th February 2021

Sono passati mesi, e ancora non so dire se “Sotto il vulcano” mi capitò tra le mani o se andai a cercarlo. Il mio umore era buio e stanco di esserlo, cercavo pigramente una lettura che mi potesse aiutare. O che potesse almeno migliorare il mio immobilismo, la mia ostinata dipendenza dal passato. Ma tutte le pagine mi trovavano fuori luogo, io non potevo apprezzarle. Mi ricordai di aver letto distrattamente di un romanzo dominato dall’autodistruzione, dopo poche ore quel libro era tra le mie mani.
Per iniziare il linguaggio era ostico, mi coglieva alla sprovvista. Ma un po’ per la copertina, un po’ perché quel britannico che passò la vita in Messico a scrivere e a bere mi sembrava simpatico, decisi di continuare. E non mi trovavo fuori luogo.


Il romanzo era intriso di alcol. Ma non come per i tanti scrittori che hanno raccontato la propria relazione con questa sostanza. Non era Baudelaire che lo vedeva come una sorta di coperta, non era una musa. Non leggevo di Apollinaire che gli dedicò l’opera della vita. Neanche il Barney di Richler che lo considerava quasi l’unico amico degno. Neppure l’alcol di Hemingway, un prolungamento della mascolinità. Non si parlava di una ragione di vita, come per Bukowsky.


Geoffrey Firmin si ritrovava nell’alcolismo. Un’autoterapia, come fanno tanti. Quel dolore non aveva intenzione di cessare e bicchiere dopo bicchiere era diventato più confuso, ma non meno intenso.
Il bere non era una parte dell’artista. L’alcol c’era, e vai a spiegare agli altri, si sarà detto, che è lui a cercarti. Nel romanzo c’era l’alcolismo di chi lo vive ogni giorno, nella propria miseria. Lowry non ne fa una descrizione, non una dedica, non spiega né trova un modo per darsi un fascino bohéme, desueto e fuori dal tempo. Quella di Lowry è sofferenza che non grida, che non si vuol far notare o capire. C’è, e questo non si può cambiare.
L’alcol non è una cosa buona o una cosa cattiva, prova a sostituire il dolore e non ci riesce. Va bene lo stesso. Le strade della sfocata cittadina centroamericana portano solo a bar, marci banconi di muti avventori che non riescono a placare la sete. E morbidi baristi che non fanno domande prima di versare.

"- “Mescal,” disse il Console, quasi distrattamente. -"

Tornare indietro è una roba da romanzi.
L’autodistruzione. I sensi di colpa sono accecanti. E non importa di cosa sta espiando la colpa. Le poche persone importanti sono tornate e dicono di tendere la mano. E il dolore che hanno arrecato, sarà anche meritato, ma perché lo scordano? Yvonne si chiederà che se ne fa Geoffrey della dolcezza del proprio male, senza capire che la sofferenza è l’unico modo per andare avanti. La sofferenza che ha il sapore di Mescal.


"- “Oh, Geoffrey, potremmo essere felici, potremmo…”
“sì, potremmo esserlo”. -"

Quelle maledette lettere. Lette dopo chissà quanto tempo, ora che tutti erano riusciti ad andare avanti, ad accantonare la sofferenza di un grande fallimento. Ora che tutti gli altri si erano perdonati. E quanto è irritante la loro annoiata voglia di salvare un cencio buttato. Voi provate a essere felici, almeno voi.
La vita di Firmin era forse una bella vita, prosperità, amore, amici, viaggi, un buon lavoro. Ma qui, in questo romanzo, non si decide chi può soffrire e chi no, e nessuno si lamenta.
Quei tormenti, quelle incomprensioni, quelle liti non volute hanno consumato tutto, e qualcuno forse aveva anche ragione.
Per Geoffry non rimane che l’autodistruzione, la lettura confusa di lettere di un amore che c’era, ed era tanto. Una salata carezza su ogni ferita. E rimane l’alcol, tanto, troppo.
Per me solo un ringraziamento, per chi questo abisso lo ha scritto e in quell’abisso si è scritto.


"- Il console rilesse la frase parecchie volte, la stessa frase, la stessa lettera vana fra tutte le lettere.
“è il silenzio che mi fa paura. Mi sono figurata ogni specie di cose tragiche che si abbattevano su di te, è stato come se tu fossi andato in guerra e io ti stessi aspettando, aspettando, aspettando tue notizie, la tua lettera, il telegramma… ma nessuna guerra potrebbe avere questa forza di raggelare e atterrire così il cuore e tutti i miei pensieri, le mie preghiere.” (…) “Certo ci avrai pensato molto a noi due, a quanto abbiamo costruito insieme, alla leggerezza con cui abbiamo demolito quanto di bello s’era fatto, ma senza poter distruggere il ricordo di quella bellezza. È stato questo che mi ha ossessionato, vedo te e me in cento luoghi diversi, con cento sorrisi.” (…) “Tu cammini sull’orlo di un abisso dove forse non ti seguirò. Io mi desto in una tenebra dove devo seguire me stessa eternamente, odiando l’io che senza fine così mi perseguita e mi affronta. Se potessimo sollevarci nella nostra miseria, cercarci ancora una volta l’un l’altra, e trovare nuovamente la consolazione delle labbra e degli occhi dell’altro. Chi si frapporrà tra noi? Chi può opporsi?”


Il console si alzò, fece un inchino alla vecchia e passò nel bar. –"
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